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8 giugno 2016

L’Italia che deve riprendere l’impegno sul clima

Autore:  greendolomiti

* Gianni Silvestrini

Fino a qualche anno fa sembrava quasi impossibile invertire il percorso di continua crescita delle emissioni di anidride carbonica che avevano raggiunto nel 2013 la cifra record di 36 miliardi di tonnellate. Ma nell’ultimo biennio, pur in presenza di un aumento del Pil mondiale, la produzione di CO2 è rimasta sostanzialmente stabile. E’ iniziato cioè il disaccoppiamento tra la crescita economica ed emissioni di gas serra. Per di più, questo processo è avvenuto malgrado il drastico calo dei prezzi dei combustibili fossili che ha reso più difficile la competizione delle rinnovabili e degli interventi di efficienza.

Una delle spiegazioni del nuovo trend risiede nell’irruzione di una serie di tecnologie “disruptive”, dalle nuove rinnovabili ai Led, che hanno avuto un effetto dirompente grazie alla loro competitività economica e alle migliori prestazioni ambientali rispetto alle soluzioni consolidate da decenni.
Un altro elemento che ha inciso sulla stabilizzazione delle emissioni è l’impegno sempre più deciso di alcuni governi preoccupati dall’allarme dei dati climatici. Al superamento della soglia di 400 parti per milione di CO2 in atmosfera, valore mai raggiunto in 600.000 anni, si è infatti aggiunto il record di temperatura registrato nel 2015, peraltro già largamente battuto nel primo trimestre 2016 con 1,2 °C in più rispetto ai valori dell’inizio del secolo scorso.
Il contesto di crescenti preoccupazioni climatiche e la disponibilità di nuove soluzioni tecnologiche in grado di ridurre le emissioni ha favorito il raggiungimento alla COP21 di un accordo che ha coinvolto tutti i paesi del pianeta.
Così, lo scorso 22 aprile, a New York, 175 paesi hanno firmato l’Accordo sul Clima di Parigi. Al fine di garantire la sua entrata in vigore, dovrà poi seguire l’approvazione formale da parte di almeno 55 paesi responsabili di una quota superiore al 55% delle emissioni mondiali. E’ probabile che l’iter sarà molto più rapido rispetto ai sette anni che sono stati necessari per l’avvio del Protocollo di Kyoto. Il suo avvio legale potrebbe infatti avvenire tra il 2016 e il 2017.
Anche se in Italia l’onda lunga dell’Accordo di Parigi ancora non si è avvertita, in altri paesi l’accelerazione dei cambiamenti è evidente. La Cina ha deciso di non costruire nei prossimi anni nuove centrali a carbone e nel primo quadrimestre di quest’anno ha installato 7,1 GW fotovoltaici, la stessa potenza allacciata in tutto il mondo nel 2009; gli Usa hanno rifinanziato gli incentivi al solare e all’eolico; Norvegia e Olanda discutono se bandire le auto a combustione interna dal 2025. Sono solo alcuni degli esempi che fanno capire come si sia avviata una trasformazione che avrà conseguenze amplissime.

L’Italia che deve riprendere l’impegno sul clima

Nel nostro paese le emissioni di gas climalteranti hanno registrato, a partire dal 2005, una netta riduzione in parte legata alla crisi economica e in parte al ruolo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. Rispetto al 1990, nel 2014 il calo è stato pari al 19,8%, anche se nel 2015 le emissioni sono aumentate del 2% sull’anno precedente. Non possiamo riposarci sugli allori, visto che ci aspettano gli obiettivi al 2030 che, a livello europeo prevedono una riduzione delle emissioni del 40% rispetto ai valori del 1990.
Nella plausibile ipotesi che all’Italia venga richiesto un impegno di riduzione analogo alla media europea, il tasso annuo di riduzione delle emissioni climalteranti nel periodo 2016-2030 dovrà essere più del doppio di quello registrato tra il 1990 e il 2015, e del 50% più alto di quello calcolato per l’intervallo 2004-2015 depurato dall’effetto della crisi: nel periodo cioè della forte crescita delle rinnovabili. Questo, sempre che gli obiettivi al 2030 non vengano innalzati, cosa possibile dopo la conferenza di Parigi. Sono numeri che chiariscono bene l’accelerazione delle politiche sulle energie pulite e sull’efficienza energetica che sarà necessaria nei prossimi anni.
Il comparto che potrà contribuire maggiormente alla riduzione delle emissioni è quello edilizio, considerati gli ampi margini di miglioramento esistenti. Le misure di incentivazione esistenti, come le detrazioni fiscali del 65%, hanno avuto un buon successo ma presentano dei limiti in quanto consentono riduzioni limitate dai consumi (10-30%) e non sono utilizzabili dagli incapienti. Occorre adesso alzare il tiro passando dagli interventi sui singoli appartamenti a quelli sugli interi edifici ottenendo riduzioni dei consumi del 60-70% e aumentando progressivamente la superficie annualmente riqualificata passando dall’attuale 1% al 2-3%. Solo in questo modo si potranno ottenere le riduzioni necessarie per il percorso di decarbonizzazione dei prossimi decenni.
Un segnale dell’attenzione rivolta a questo settore viene dall’Institutional Investors Group on Climate Change (IIGCC), una rete dei più importanti fondi pensione, gestori di immobili e fondi di investimento che gestiscono beni per un valore di 13 trilioni di €, che, dopo Parigi, ha indirizzato alla Commissione Europea la richiesta di introdurre l’obiettivo vincolante di portare entro il 2050 l’intero parco edilizio del continente a consumi energetici vicini allo zero. Un target di questo tipo rappresenterebbe infatti secondo l’IIGCC, un potente stimolo per tutto il mondo immobiliare.
Calandoci nel contesto italiano e considerando la quota di edifici realizzata tra il dopoguerra e la fine degli anni 70, ci troviamo oggi di fronte all’opportunità di abbinare i necessari interventi di ristrutturazione con quelli di una riqualificazione energetica spinta. Il raggiungimento di questi risultati verrà facilitato dall’impiego di nuovi materiali – come isolanti particolari, finestre in grado di generare elettricità, sostanze a cambiamento di fase – ma anche nuove modalità costruttive. In particolare l’industrializzazione della riqualificazione, già sperimentata con successo in Olanda, potrà garantire una drastica riduzione dei tempi e dei costi. Ma questo implica una ridiscussione del ruolo dell’edilizia che dovrà rapidamente procedere ad aggregazioni e riqualificarsi se vorrà uscire dalla crisi che ormai dura da otto anni. Gli edifici energivori si trasformeranno in strutture in buona parte autosufficienti, in alcuni casi generatori netti di energia. Naturalmente una trasformazione di questo tipo avrà bisogno, almeno nei primi tempi, di strumenti finanziari innovativi che consentano di avere in anticipo larga parte dei finanziamenti necessari per effettuare questi interventi, con la possibilità di recuperare parte delle risorse grazie al drastico taglio dei consumi. Uno strumento per la cui introduzione stiamo interagendo col governo e che speriamo che possa essere attivato in tempi brevi.

* Gianni Silvestrini
Presidente Green Building Council Italia

 

 

 

 

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