“Nonostante tutto il messaggio principale è: troveremo una soluzione” per il cambiamento climatico. Ci sono determinazione e ottimismo nelle parole del presidente americano Barack Obama, che nel suo secondo giorno a Parigi per la Conferenza Onu sul clima lancia un appello per chiedere che l’accordo in preparazione sia “vincolante almeno in materia di trasparenza e revisione degli obiettivi”. “Sarà difficile mettere d’accordo 200 nazioni, ma sono convinto che faremo grandi cose”, ha detto Obama dopo un incontro con i leader di un gruppo di Stati insulari. La Cop 21, ha aggiunto, non può solo “servire gli interessi dei più potenti”, ma dovrebbe ascoltare anche i più vulnerabili, tra cui i molti ‘paradisi’ tropicali e polinesiani che potrebbero presto diventare una fucina di rifugiati climatici. Parole che rimarcano l’importanza che questi Stati insulari, raggruppati nella Alliance of Small insular States (Aosis) stanno acquisendo in questa Conferenza sul clima, dove oggi, dopo l’impulso politico dato ieri dai leader, si è aperta la fase più tecnica delle trattative. Anche la Commissione europea ha voluto fare di questi Paesi dei partner privilegiati, cosciente di quanto le questioni climatiche siano cruciali per la loro sopravvivenza. Sarebbero proprio alcuni di questi Paesi, secondo fonti vicine ai negoziati, a chiedere che gli obiettivi sul contenimento del riscaldamento globale siano più ambiziosi, e parlino non più di non superare i due gradi ma di fermarsi a un grado e mezzo. La differenza può sembrare trascurabile, sottolinea la stessa fonte, ma per le cosiddette ‘piccole isole’ rappresenta la soglia tra restare emerse o finire sott’acqua. Su questo come su altri temi, dalla climate finance ai sistemi di monitoraggio del rispetto degli impegni, in questa prima settimana avanza il ‘lavoro di drafting’, ovvero di revisione del testo dell’accordo, di cui si dovrebbe avere una bozza entro mercoledì della prossima settimana in vista della chiusura dell’11 dicembre. Il lavoro è delicato, affidato ai cosiddetti sherpa, negoziatori esperti e dirigenti ministeriali, investiti di un preciso mandato politico che i capi di Stato e di governo hanno anticipato ieri. Il processo avanza inizialmente tramite incontri bilaterali, in cui la posizioni si confrontano e si limano alla ricerca del compromesso. Per i Paesi dell’Unione Europea, alle trattative si affianca un meticoloso lavoro di coordinamento con la Commissione e la presidenza di turno lussemburghese, che insieme gestiscono la delegazione alla Conferenza. L’Ue, tengono a sottolineare fonti di Bruxelles, ha una posizione unica, che tutti i Paesi sostengono appieno, e organizza meeting quotidiani tra i delegati nazionali per concordarla e limarla. Sul tavolo non ci sono però solo le volontà politiche di ciascuno. Nei negoziati entrano anche questioni economiche, a cominciare da quel “diritto allo sviluppo e alla crescita” per i Paesi emergenti e meno sviluppati invocato ieri dal presidente cinese Xi Jingping e, in modo ancora più vibrante, dal premier indiano Narendra Modi, e considerazioni finanziarie, per esempio sul gap tra i capitali promessi e quelli effettivamente mobilitati dai Paesi più avanzati. Ma anche fattori eminentemente tecnici hanno il loro peso, in particolare su un tema delicato come quello del monitoraggio del rispetto degli impegni presi, che sembra essere uno dei maggiori punti di attrito tra i Paesi occidentali e l’India. Sullo sfondo resta lo sguardo vigile della società civile, che ha inaugurato il suo spazio a fianco dell’area che ospita la Conferenza Onu. Le dichiarazioni dei leader di ieri, ha commentato in una nota il Climate action network, che raduna oltre 900 Ong, “illustrano l’alto livello di motivazione a firmare un accordo di successo, inclusivo e universale”, ma “resta da vedere come i discorsi influenzeranno le trattative sui testi, in cui rimangono nodi su temi chiave”.